20 giugno 2014 – di Martina Pennisi (CdS) -I soldi fantasma arrivano sul Web. Chi usa i bitcoin

I soldi fantasma arrivano sul Web
Chi usa i bitcoin

Bitcoin net

Il primo via libera è di Expedia, ma anche eBay ed Apple stanno pensando
a cosa fare della cripto moneta

di Martina Pennisi

shadow

Il periodo è quello giusto: ci si connette a Internet e si provano le varie combinazioni di date, voli e alberghi per trovare il giusto compromesso tra i propri sogni e una spesa accettabile. Chi sceglie Expedia quest’anno potrà pagare anche in bitcoin. La novità, risalente alla scorsa settimana, riguarda per ora solo il portale americano, ma chiunque acceda ad Expedia.com e non Expedia.it può testarla con mano. Per la discussa moneta digitale è il vero battesimo di fuoco. Fino a un anno fa era conosciuta soprattutto per il sequestro di Silk Road, portale di vendita di armi e stupefacenti in cui il sistema di pagamento andava per la maggiore. Tra una settimana i 30 mila bitcoin, cifra pari a circa 18 milioni di dollari, trovati nelle casse del sito verranno messi all’asta dal governo americano. Senza che nel frattempo ci sia stato alcun riconoscimento formale e legale dell’esistenza della moneta. Un paradosso che ne dimostra la capacità dirompente, nonostante gli interrogativi siano ancora molti. La tentazione per i colossi è forte: da eBay che permette la compravendita di bitcoin nella sezione annunci, ma non gli acquisti di prodotti pagando con la criptovaluta, ad Apple, che ha aperto uno spiraglio alle applicazioni che prevedono l’utilizzo di bitcoin, a patto che rispettino le legislazioni correnti. Legislazioni che in realtà ancora non ci sono, motivo per cui i «grandi» ci vanno con i piedi di piombo.

La questione del valore

L’altro problema è la volatilità del valore, attualmente pari a 440 euro e che non è stabilito a priori da un ente centrale, completamente assente, ma dipende da un gioco di domanda e offerta. Il sistema è totalmente basato sulla comunità che lo popola: i singoli utenti sono connessi all’interno di una rete peer-to-peer , attraverso la quale si scambiano la valuta. L’unico rischio è l’implosione dall’interno se più della metà dei bitcoin in circolazione dovesse fare capo a un unico soggetto. Proprio in questi giorni la minaccia si è fatta più concreta con il crescente potere di Ghash.io, organizzazione a cui fanno capo i cosiddetti miner, utenti che contribuiscono alla creazione dei bitcoin. Il problema dovrebbe però essere risolto con il prossimo aggiornamento già in lavorazione.

E della regolamentazione

A fare gola, invece, ai malintenzionati è l’anonimato: chi apre un portafoglio bitcoin ottiene un codice, concettualmente simile all’Iban, in nessun modo collegato alla sua identità. «È altrettanto vero che maggiori sono le interazioni fra chi paga e chi riceve e maggiori sono le possibilità di risalire con specifiche indagini al proprietario del gruzzoletto speso», spiega uno dei miner italiani. I timori di chi fa un’attività di questo genere e accumula la valuta sono legati all’assenza di una regolamentazione che consenta di adempiere ai doveri fiscali. Pagare le tasse, insomma: «Come faccio a dichiarare all’Agenzia delle Entrate che sto facendo un guadagno in bitcoin?», chiede provocatoriamente il miner .

La mappa degli esercenti

Il vero gioiellino della struttura, lontana in quanto tale dalle questioni legali e burocratiche, è il registro comune e pubblico su cui vengono memorizzate tutte le transazioni effettuate per validarle e renderle irripetibili. Il termine tecnico è Blockchain. Una sorta di parco giochi per gli esperti di monete matematiche.
Per l’utente finale, bitcoin non è altro che un sistema di pagamento alternativo, mentre per gli esercenti sta diventando un modo per mettersi in mostra. «Io l’ho aggiunto per avere visibilità, penso che un elemento così innovativo e originale possa attirare l’attenzione», racconta Andrea Saccaro, titolare dell’agriturismo Gli Ulivi di Montalbano di La Spezia. L’attività è solo una delle più di 200 presenti in Italia, fra piccole imprese e liberi professionisti, che ha esposto fuori dalla porta il cartello: «Accettiamo bitcoin». Sia quelle italiane sia quelle straniere sono segnalate sulla mappa Coinmap.org . «Devo dire che la risposta non è stata strabiliante, in tre mesi sono state fatte 8 transazioni per un valore intorno ai 500 euro. Sono invece in tanti a farci domande su bitcoin e sul suo funzionamento», spiega. Per chi deve lasciare la stanza e pagare è tutto molto semplice: «Basta avere uno smartphone e inquadrare con la fotocamera il Qr Code (un codice grafico, ndr ) esposto che corrisponde al numero del mio conto bitcoin. Una volta riconosciuto non rimane che scrivere l’importo e dare il via al pagamento. A me arriva un’email di conferma in pochi secondi», spiega. Ovviamente anche il cliente deve essere dotato di un conto dello stesso genere. Dal punto di vista fiscale Saccaro è tranquillo: «Io emetto lo scontrino in euro, quindi è tutto regolare». L’avvocato Guido Scorza conferma: «Così facendo non c’è alcun tipo di problema».

Il primo bancomat italiano

Se il fattore visibilità non ha dato ancora particolari riscontri, e lo sottoscrive anche il titolare dell’albergo di Palermo Casa Giuditta che in un anno non ha ancora avuto il piacere di far pagare un cliente con il nuova modalità, un beneficio sicuro è quello del risparmio sulle transazioni. «Rispetto al 2-3,5% applicato alle carte si scende all’1% nel caso in cui ci si appoggi a servizi come Bitpay che convertono subito i bitcoin nella valuta desiderata (il modo per mettersi al riparo dalle oscillazioni del valore, ndr ) e ti fanno un bonifico. Chi fa tutto da solo con il suo portafoglio digitale addirittura di commissioni non ne ha», spiega Carmelo Carchedi, sviluppatore che della consulenza alle aziende su bitcoin ha fatto un lavoro vero e proprio. Carchedi sta dando una mano, fra altri, anche a un parrucchiere di Milano, Mattioli, che ritiene la criptovaluta soluzione ottimale «per chi non vuole andare in giro con carte e o contanti. Volevo fare qualcosa di moderno, dare una possibilità in più».
Il crescente interesse degli ultimi mesi ha portato nei nostri confini anche il primo bancomat in grado di comprare o vendere bitcoin. Il dispositivo, che altro non fa che tradurre fisicamente le operazioni effettuabili anche via Internet, sarà installato a fine giugno da Robocoin Italia a Roma, all’interno della struttura per start up Enlabs. L’autenticazione garantita in un normale bancomat della nostra carta viene rimpiazzata in questo caso da una registrazione con il telefono cellulare e dalla presentazione dei documenti cartacei. Un po’ laborioso, ma sicuramente in grado di dare una dimensione meno virtuale e più accessibile al tutto.
A Udine prima, e sempre a Roma, poi, sono arrivate anche macchine in grado di convertire euro in bitcoin, e non viceversa. Questa agitazione sta raggiungendo anche le istituzioni: alla Camera sono già stati organizzati due incontri. Il secondo è in calendario il 26 giugno, giorno in cui verrà presentato il bancomat di Robocoin e durante il quale il parlamentare Sergio Boccadutri proverà ad aprire un tavolo per discutere di una possibile regolamentazione del sistema.

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